Sentieri selvaggi

White Flowers cerca nella perdita, tra le pieghe del tempo e delle esistenze. Passato alla Mostra del nuovo cinema di Pesaro, ora disponibile in vod su The Film Club di Minerva Pictures

Una storia di misteri, realtà (presunta) ed immaginazione, stretti in un canale enigmatico. White Flowers è un cerchio onirico, costruito sui passi del precedente Terra, presentato a Pesaro come quest’ultimo, vive di cambi di visione e forma, in una danza estetica tra la vita e la morte. Prende corpo una riflessione sulla perdita della memoria, la situazione del protagonista maschile, uno smarrimento che nel caso della manga artist giapponese Yuki, è la ricerca di nuovi spunti per le proprie creazioni. Il suo viaggio in Italia, inizialmente in Liguria, diventa un’occasione stimolante. Vuoti da riempire in qualche modo, presupposti d’abbondanza, rigogliosi di opportunità.

Lo sviluppo del racconto procede in un continuo slittamento tra dispositivi dello sguardo (telecamere, binocoli, personal computer), moltiplica i punti di osservazione, proietta il futuro seguendo linee di congiunzione plausibili del passato. Salvo riservare incognite ad ogni crocevia del presente, ammesso si riesca a decifrarlo, ben nascosto dalle pieghe del tempo. Incrocio narrativo e geografico, di linguaggi, luoghi ed ossessioni. Quando i ricordi vengono a mancare, una delle possibilità è inventarne altri, evocare un flusso indistinto di volti, emozioni, paesaggi, profumi, per ritrovare i passi caduti nell’oblio. La discesa nel subconscio si muove in una dimensione suggestiva, l’orizzonte ha dei connotati magici, lontani dall’ordinario, il percorso si snoda dal caos urbano di Tokyo al frastuono delle onde di Genova, per poi proseguire verso sud ed approdare in Calabria, nel paesaggio innevato della Sila.

Tracce labili, illusorie o di pura fantasia, scarsi indizi, un mondo fumettoso popolato di personaggi plastificati in un ruolo ben definito, coinvolti dal conflitto della vicenda, dai pericoli e le intimidazioni, false o verosimili, in un’ambiguità collettiva. È pur sempre, infine, una love story. Come tale presenta dei rischi, disabilita le cautele, partono da lì le tracce più visibili sulla strada. Nei segnali equivocabili di una scenografia piena di templi antichi e moderni, chiese ed acquari, piena di significati espliciti e reconditi, piena di sacralità musicali del repertorio classico e gli impulsi mnemonici del mare, il pensiero resta estasiato dalla confusione dell’amore. L’universo simbolico del film è ricchissimo, dietro l’apparenza sensibile si apre uno scarto sopra punti d’indagine oscurati, occultati ad una semplice occhiata superficiale. Veglia e sonno, in un incessante salto di stato, distruggono le coordinate cronologiche, riducendo l’assetto spaziale ad un ambiente sospeso.

Puro cinema d’atmosfera, trama sottile, superflua. Inganno, sospetto, pistole, avvertimenti, minacce. Un thriller esistenziale dove le leve dell’ingranaggio simulano dei falsi movimenti, un incessante depistaggio allegorico in cui finzioni e sogni sono sublimati dentro un’astrazione. A tutto giovamento dell’immagine, interessata da un discorso cromatico molto attento ai particolari emotivi della scena, e l’inquadratura aderente ad una meditazione armonica del bello in un contesto metafisico, umano e sovrumano, oltre i limiti del materiale. Ogni pezzo del puzzle viene sottratto proprio quando sembra sul punto di materializzarsi, i legami restano eterei, i dubbi legittimi, più che di comparse potremmo parlare di presenze, apparizioni, impegnate a ritagliare un pezzo di eternità. Il nostro spettacolo è finito: i nostri attori, come ti avevo detto, erano tutti spiriti e si sono dissolti nell’aria sottile. Shakespeare, La Tempesta.

Antonio D’Onofrio

31/05/2020

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